Preg.mo Dott. Parello, sfortunatamente impreviste urgenze di natura personale mi costringono in questo momento fuori dalla Sicilia. Mi duole e mi rincresce non poter partecipare ai lavori del convegno, ai quali avevo assicurato la mia presenza, e non solo per l'importanza del tema della valorizzazione dell'inestimabile sito archeologico akragantino. In realtà, la ricorrenza che il convegno si accinge a celebrare, il ventennale della c. d. "Dichiarazione UNESCO", mi coinvolge personalmente e richiama alla mia memoria quella notte di ventuno anni fa nella quale, davanti al tempio illuminato, decisi che bisognava fare qualcosa. Uno dei luoghi più suggestivi del mondo, l'area archeologica più estesa e meglio conservata del mediterraneo, questo incredibile concentrato di bellezza naturale e storica, anziché essere il vanto e il tesoro della città, era diventato il campo di una battaglia senza esclusioni di colpi, un luogo e un argomento oggi si direbbe "divisivi", tema di scontro tra le diverse sensibilità e interessenze di una municipalità che non vedeva oltre l'orizzonte dei propri confini, come se quella cosa, la Valle dei Templi, non fosse che un affare locale, un problema nostrano, e non invece un patrimonio di tutta l'umanità.
Sommersi come siamo da un fiume di parole e immagini insignificanti e fra loro indistinte, come per incanto arrestiamo per un po’ il flusso della corrente che ci sta inghiottendo con le emozioni che procura un testo.
Ho letto da poco L’innominabile attuale di Roberto Calasso, notevole narrazione saggistica nella quale ho rilevato alcuni spunti interessanti che propongo attraverso un’elencazione frammentaria ma non del tutto arbitraria: le società secolari hanno voluto diventare organiche; in questo Marx e Rousseau, ma anche Hitler e Lenin [...] hanno trovato una fugace concordia. Organico è bello per tutti. Nessuno si azzarda a dire che la deprecata atomizzazione della società può essere anche una forma di autodifesa da mali più gravi.
Ma chi è con esattezza l’uomo che abita le società secolari, e vivendo già con ansia il proprio tempo, è costretto a registrare il prevalere dell’inconsistenza sull’ansia? Per Calasso è l’homo saecularis, tratteggiato in questo modo: homo saecularis non deve nulla a nessuno. Sta per sé. Non ha nulla dietro se non ciò che fa. Inevitabile un senso di incertezza, perché poggia su qualcosa di instabile e sospetto di inconsistenza. Il piacere dell’arbitrio è guastato da quell’inconsistenza. Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. [...] i secolaristi parlano con una compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di sociologia.
Molli ricci d'ebano. Io non so contare, ma, credetemi, neppure un uomo sarebbe capace di contarvi tutti. A che mi serve, del resto? Siete solo l'ingombro del mio stomaco, fitti e pesanti, premete con durezza sul mio legno, quasi non vi accorgeste di essere più robusti voi che non il mio corpo malathion di crepe.
Ad ogni onda sento con insistenza la mancanza del mio porto e del suo sole sempre identico. Dei raggi che battevano a prua e abbagliavano di luce calda l’acqua tesa.
Di quelle notti libiche spese a scoprire fughe spicce e silenziose, prima di divenirne io stesso schiavo, costretto dallo schiacciante peso umano che ora fingo di saper trasportare.
È ormai da due lune che le onde bizzose sembrano sfidarmi.
Non capiscono quanto sia stanco? Quanto sia gracile?
Era meglio prendere un treno per Roma e poi, una volta arrivati alla Stazione Termini, cercare un posto sul Roma-Palermo e poi, una volta lì, scendere a Termini Imerese e aspettare la coincidenza per Agrigento. Il viaggio era lungo, circa 24 (ventiquattro) ore, se andava bene, se non c’erano ritardi e se si azzeccavano i treni di corrispondenza. Le stazioni sono luoghi d’Italia, o forse lo erano prima che diventassero dei supermercati. I viaggi in treno attraversavano paesaggi i più disparati, da Torino e Milano a Napoli e da Napoli a Reggio Calabria e da Reggio Calabria a Palermo, Catania, Siracusa, Agrigento, Ragusa, Trapani.
In questi luoghi sembra esserci una circolarità apparente, un tornare da dove si è partiti. Apparente perché quel tornare è un andare avanti, è il presente che finalmente ha davanti di nuovo un orizzonte, un futuro.
Infatti poco più che ventenni Peppe e Valeria hanno avuto il primo figlio e deciso di restare in Sicilia, vivere in campagna con le capre girgentane per produrre un formaggio prelibato. Valeria si sta laureando in antropologia e per restare ha rinunciato all’erasmus.
La grande giostra di Amsterdam ruota dentro una pioggia quasi invisibile, impalpabile, come una specie di cipria liquida.
Gli abitanti della città sono abituati, a piedi o in bicicletta solo pochi si muovono con i parapioggia aperti. Quando per qualche ora il sortilegio della quasi pioggia svanisce, il sole accende sulla città bagnata bagliori iridescenti, che mostrano il cromatismo vibrante sulle facciate delle case un po’ sbilenche e dei sontuosi palazzi, moltiplicato dalle superfici riflettenti. Il vetro con le sue trasparenze è il materiale prediletto nei luoghi bui, il vetro orlato da quelle cornici architettoniche che sono le finestre.
Amsterdam è la città delle finestre, delle loro geometrie regolari che viste da fuori sembrano ispirare Mondrian o esserne ispirate, mentre negli interni giocano con gli specchi rimbalzando la luce e moltiplicandola in miraggi domestici, come nei dipinti di Vermeer o di de Hooch.
Ho un figlio di 11 anni. E’ appena uscito dalle elementari e fa la prima media. Alle elementari faceva il tempo pieno e mangiava alla mensa. Tante volte si lamentava insieme ai suoi compagni perché diceva che i piatti arrivavano talvolta collosi, talvolta freddi, talvolta collosi e freddi e inoltre la dieta giornaliera, per quanto corretta dal punto di vista dell’equilibrio tra proteine, vitamine, ecc., era, per così dire astratta, non teneva conto cioè del fatto che i bambini sono bambini e se porti loro piatti che non amano, non mangiano. Viziati? Non credo, ma il fatto è che in tanti non mangiavano dovrebbe far riflettere su come, troppo spesso, il politically correct, cioè in questo caso una dieta teoricamente perfetta, risulti sbagliata perché non tiene conto del fruitore. Mi è capitato anche di essere moroso con i bollettini della mensa. Non era previsto il pagamento online e spesso il bollettino che avrei dovuto fare alle poste o da un tabaccaio restava in tasca. Ammetto la colpa.
Bella l’infanzia, non solo per chi ha avuto una bella infanzia, ma anche per quelli che ne hanno avuto una nient’affatto bella. Una volta nel giorno dei morti, a dispetto di novembre, molto presto al mattino i bambini scatenavano per le strade un’euforia incontenibile e contagiosa, che ancora oggi, al solo ricordo, mi assale gradevolmente.
Virginia Bellomo se n'è andata, vinta da un nemico privo di riguardo e di gentilezza. Ci eravamo frequentati per un periodo della nostra giovinezza, quando entrambi, affascinati dal teatro, cercavamo, all'interno della compagnia del Piccolo Teatro Pirandelliano, di dare una forma alle nostre inquietudini intellettuali. Di alcuni anni più grande di me, Virginia spiccava per il carattere e per l'intelligenza. L'ho incontrata non molto tempo fa, a casa di amici, insieme al marito, lo stimato dottore Lillo Calcullo, il compagno affettuosissimo di tutta la vita. Insieme abbiamo ricordato gli anni del Piccolo, le profumate rappresentazioni estive del Caos, la fede di tutti gli attori, le inoffensive polemiche che caratterizzano la vita di ogni comunità. Sono ritornato a casa rinfrancato, perché nello specchio di Virginia ho visto nitidamente la bellezza di quella nostra comune formazione umana, il valore di un'esperienza nobilmente provinciale, autenticamente artistica. Sapevo del suo male e alcuni giorni fa l'ho sognata. Come il mago Cotrone, anche Virginia si è dimessa da tutto, ma come la contessa Ilse tornerà a recitare i suoi drammi al cospetto di spiriti più elevati.
I pieni, i volumi delle case sbrecciate, diroccate dal semplice trascorrere del tempo e dell’abbandono, e accanto i vuoti dei crolli. La luce e le ombre, le pietre e la vegetazione spontanea. Qualche gatto, il silenzio delle cose. A poche centinaia di metri dal Municipio della città, Santa Croce si offre così al viaggiatore, cioè a chiunque la visiti.