Forse non strano, ma certo curioso, a distanza di poco mi sono imbattuto per puro caso in due scritti, stupefacenti per la loro prossimità tematica, in questi giorni di furore iconoclasta. Intanto ho appreso da un saggio di Mimmo Franzinelli, Il prigioniero di Salò, che l’umiliazione degli italiani, “inadeguati al combattimento”, scatenò fra l’altro un’escalation iconoclasta, consumata dai tedeschi, la cosiddetta “guerra dei monumenti”. Sparite in Alto Adige le scritte in italiano, furono cancellati tutti i simboli del passato sgraditi alla “belva bionda”. Rimosso il monumento rievocativo della battaglia navale di Lissa (1866), analoga sorte fu riservata a Capodistria alla statua del martire irredentista Nazario Sauro. A Gorizia il disprezzo tedesco per gli italiani provocò perfino la distruzione del monumento alla Vittoria nella prima guerra mondiale. Quando Mussolini, di fatto prigioniero a Salò, venne a sapere di
C’è ancora chi ricordi un episodio del 2007, quando alla Sapienza 67 professori firmarono una lettera inviata al Rettore, con la quale, in nome della “laicità della scienza”, si giudicava “incongruo” l’invito rivolto al professor Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, a tenere una lezione, poi prudenzialmente non svolta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico?
E c’è ancora chi ricordi che nello stesso anno, ad uno dei fondatori delle Brigate Rosse, lo stesso che aveva definito l’assassinio di Moro “il più alto atto di umanità possibile”, fu consentito dall’Università di Lecce di far conoscere le iniziative della cooperativa editoriale graziosamente battezzata Sensibili alle foglie?
Memoria, impegno civile e lotta alle mafie sono i temi di una diretta streaming della «Strada degli Scrittori» che alle ore 16 di giovedì 21 mette a confronto il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, la giornalista Marcelle Padovani, autrice del libro scritto con Giovanni Falcone «Cose di Cosa nostra», e Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani uno degli agenti dilaniati nella strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, con i colleghi Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.
A 28 anni dall'eccidio sulla pagina Facebook della «Strada» tutti potranno seguire e porre domande in diretta live partecipando alla conversazione dal titolo «Capaci, per non dimenticare», coordinata da Felice Cavallaro.
La filosofia potrebbe dare una mano adesso che scatta il "quasi" tutti liberi, dopo la quarantena forzata per evitare la diffusione del Covid-19.
A cosa? A capire per esempio come muoversi tra emergenza e panico. Il quesito è stato posto a tutti i grandi filosofi italiani, ai presidenti delle società filosofiche italiane che si sono messi attorno ad una 'agorà' telematica (tra Facebook e YouTube) stamane attorno alle 10.
Al confronto hanno preso parte oltre a filosofi, studenti del Liceo Empedocle di Agrigento, tra gli altri.
A un caro amico, partito in fretta un anno fa per una meta avvolta nel mistero, alcuni versi, forse non alti ma schietti assai, per cattivarci il suo perdono. Il nostro, è presto, oggi non viene: la sua presenza esuberante troppo ci duole.
Un bel giorno me ne vado
sono stanco e stufo
lascio le stanze
i gradini della scala
briciole e cenere
e tutto il resto avanzato
in pacchi e pacchetti
che qualcun altro aprirà.
Sull’uscio una luce
rade il cielo
lo fa calvo concavo orrendo
mi chiudo nel guscio delle palpebre
cammino e incespico
in un pacco in un braccio teso
in un lamento che dice
Non pestarmi col piede
Da diverse settimane tutti i giorni il governatore della Lombardia Fontana e l'assessore al welfare Gallera occupano buona parte dei Tg nazionali e regionali. Proclamano l'efficienza e l'impegno del sistema ospedaliero lombardo, lanciano accuse di inadeguatezza al governo centrale e impartiscono lezioni e richiami alla responsabilità dei cittadini lombardi. A me, che in queste settimane vivo a Milano, sembra tuttavia che questa incalzante comunicazione alla lunga non sia riuscita a nascondere il sostanziale fallimento del sistema sanitario lombardo. Una politica fondata su un massiccio investimento di risorse sul sistema ospedaliero, più privato che pubblico, e sull'impoverimento progressivo della rete di medicina territoriale.
St. James infirmary è un blues dalla genesi controversa (c’è chi ritiene che origini da un traditional irlandese del XVIII secolo), reso celebre nel 1928 dall’interpretazione di Louis Armstrong.
Dice di un uomo che va a trovare la propria donna, so cool, so sweet, so fair, adagiata sul freddo tavolo di un obitorio.
Misty è un pezzo musicale di rara bellezza composto nel 1954 da Errol Garner e successivamente trasformato in canzone con il testo di Johnny Burke.
Lucille, infine, è un magnifico Rock and Roll composto nel 1957 da Little Richard e Albert Collins. Sul testo, coerente con la tradizione del genere, meglio sorvolare, quanto al resto, impossibile resistervi.
Papa Francesco invita a non sprecare il tempo della reclusione e a riflettere. D’accordo, in attesa che anche qui fioriscano i ciliegi, alla malinconia eccepiamo frammenti di vaglia perenne.
So per certo che ciascuno la porta in sé, la peste, perché nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune.
Oggi per questo hanno tutti l’aria stanca, perché si ritrovano tutti un po’ con la peste addosso.
…il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà.
Che cos’è l’onestà? disse Rambert, con aria d’un tratto seria.
Non so cosa sia in generale. Ma nel mio caso, so che consiste nel fare il mio lavoro.
Giandomenico Vivacqua sulla sua pagina fb ha riproposto il mio video ‘Vallicaldi’ con queste parole: ‘Alcuni anni fa un manipolo di sognatori disputò alla polvere dei secoli un groviglio di vecchie strade desolate, instaurando una communitas dove non c'era più la societas. Durò poco, come tutte le più belle cose, ma per nostra fortuna rimane il racconto per immagini di Tano Siracusa.’
E intervenendo sulla stessa pagina Martino Graziano scrive: ‘Finì perché era un sogno, perché era soprattutto una performance artistica, e in questo era la sua forza e la ragione della sua sopravvivenza nella memoria, come impressione durevole, come suggestione, come rimpianto.’
Da molti ritenuto il più bel romanzo di Yukio Mishima, “Il padiglione d’oro” trae spunto da un fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1950, quando un giovane buddista, malformato e balbuziente, appiccò il fuoco ad una delle opere architettoniche più sacre e importanti della religiosità zen, il Kiukakuji, all’interno di un famoso