Trent’anni dopo la conquista dello scudetto, Diego Armando Maradona, soprannominato “el Pibe de oro”, è tornato a Napoli per festeggiare il fausto anniversario. Non che da allora non ci fosse più tornato, ma il ritorno di cui stiamo parlando è un ritorno speciale, direi unico e irripetibile, circonfuso dall’aura della trasfigurazione semidivina.
A rimettere piede a Napoli, infatti, non è un uomo, un ex calciatore di straordinario talento, ma una reliquia vivente che dal balcone del suo lussuoso hotel impartisce una sorridente benedizione al popolo adorante che in questi giorni ha di nuovo scandito che “Maradona è meglio e’ Pelè”.
Da qui le cose si vedono diversamente. Non è facile spiegare come adesso possa disporre di questo mio diario, anche se in realtà è molto semplice.
Semplice, ma anche inessenziale.
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Nella settima strada ogni sera c’è un uomo fermo all’angolo con Place Kennedy. Dalle sette alle otto. Lo osservo dalla finestra del mio appartamento al primo piano, immobile nel flusso della città, nelle prime luci accese contro il cielo che sembra già di petrolio.
Oppure mentre aspetto il verde del semaforo dal marciapiediedi opposto, e lui è un po’ curvo, infagottato in uno scialle come un berbero attorno all’oasi di Erfoud o come soltanto un vecchio malandato può permettersi di fare al centro di Star City. Quando finalmente attraverso la strada e guardo nel visore della piccola videocamera che tengo in mano, nel palmo della mano, lo vedo ingrandire a strappi, a sbalzi, e ringiovanire come in un sogno; fino a quando per un attimo incrocio il suo sguardo sul volto asciutto, rasato, che mi scruta come un gatto, ed è un viso pieno di angoli, piccolo, come strizzato da quello che sembrava uno scialle ed è invece una felpa azzurra avvitata intorno al collo, che potrebbe essere un indumento firmato, da snob, pulito e stinto.
Jim Jarmusch (Daumbailò, Strangers than paradise) appartiene alla non folta compagine di “autori totali” (come Malick e Dolan e da noi Garrone e Sorrentino) che sin dall’esordio lavorano con rigore e coerenza all’approfondimento di una personale idea di cinema, sideralmente lontana da quella (ammesso che sia un’idea) adrenalinica o effettistica dei prodotti, talvolta persino inappuntabili nella “confezione”, che vanno per la maggiore e godono di una imbattibile preponderanza distributiva. L’idea di Jarmusch è insieme semplice e affascinante: se una faccia o un oggetto o una luce sono importanti, fermati a guardarli, dai tempo alla tua visione di diventare la visione dello spettatore.
A questa regola non fa eccezione Paterson, diretto e sceneggiato dallo stesso Jarmusch, opera di trama esile e quasi inesistente che racconta una settimana nella vita ordinaria di una coppia di giovani molto innamorati e molto comuni. Lui si chiama come la città in cui vivono, Paterson (Adam Driver, già visto nell’ottimo Hungry hearts di Saverio Costanzo), e per campare fa l’autista d’autobus; la moglie Laura (Goldshifteh Farahani) è invece una allegra e creativa casalinga che fa dolci squisiti e sogna di diventare una cantante.
Niente sembra turbare o anche soltanto increspare la routine risveglio colazione lavoro ritorno (un guasto all’impianto elettrico del vecchio mezzo è il massimo dell’imprevisto); nessun particolare avvenimento attende dietro l’angolo il giovane Paterson, che ogni giorno guida il suo autobus numero 23 e ogni sera porta a spasso il cane e si ferma per una birra e due chiacchiere al bar del vecchio collezionista di fotografie di glorie locali.
Recentemente è finito al centro di una polemica, ridicola e feroce, per un commento pubblicato su Facebook e successivamente da Facebook rimosso per inadeguatezza del contenuto.
Non se l'aspettava, Vittorio Alessandro, il contrammiraglio in pensione (tecnicamente, nella riserva) del corpo delle Capitanerie di Porto, attualmente al vertice del parco naturale delle Cinque Terre.
Villa Bonfiglio dal balcone di casa mia è un bagliore lontano, acceso dal vento di tramontana. Spesso, anche in città sconosciute, ci si lascia guidare dalle luci. Di giorno dalla luce del sole. E' pressoché inevitabile camminare verso la luce del tramonto, la luce calda che accende i colori e brilla sull’asfalto come acciaio fuso, profilando nel controluce i passanti.
Stesso giorno, stesso giornale, diverse soltanto le pagine, per una fortuita coincidenza il Corriere della sera ha pubblicato due interventi, che un tempo sarebbero stati bollati come anticomunisti e, di conseguenza, viscerali.
Dunque è possibile. Anche in una città come Palermo, i cui abitanti avevano progressivamente convertito le automobili in costosissime e inefficienti protesi per spostarsi anche di poche centinaia di metri, anche in una città che meravigliava i visitatori per l'impatto sonoro e visivo del suo traffico, per la sua evidente insensatezza, perfino a Palermo è possibile impedire alle automobili l'accesso al centro.
La Valle era un frammento di paradiso, e i suoi antichi templi così belli e incantati che i nuovi abitanti, barbari venuti dal futuro, ne furono annichiliti. Appresero di non essere destinati a nulla di eguagliabile. La loro architettura di necessità mai avrebbe potuto competere, né confondersi, con la grandezza e lo splendore che li circondava e che li aveva preceduti.
Tanti anni fa Torino era stata una sorpresa. Immaginavo la città della Fiat, della classe operaia, degli immigrati, una città grigia e dura, ma in quella mezza giornata uscendo da Porta Nuova avevo visto attorno a me la città sabauda, le piazze, i giardini, i monumenti, i viali e i portici, i negozi eleganti, e poi il lungo Po e di fronte le colline dove si avventuravano di notte i personaggi di Pavese.