Tangerinies in georgiano significa mandarini. E' il titolo del film di Zaza Urushadze, regista, sceneggiatore e produttore, in programmazione al cinema Mezzano.
Siamo in Georgia nel 1990. La dissoluzione dell' URSS ha acceso sui territori del vecchio impero il furore cieco e armato dei nazionalismi, delle piccole patrie, dell'ossessione identitaria. Siamo in Abcasia, dove numerose famiglie di estoni sono costrette ad abbandonare le loro case per raggiungere il loro paese d'origine. Non Ivo, un falegname, e d Elmo, un contadino che nella follia delle bande armate che continuano a spararsi pretende di raccogliere i suoi mandarini nelle casse che il falegname a cento metri sta costruendo.
L'altra sera al seminario Giandomenico Vivacqua ha presentato l’ultimo numero della rivista Segno.
Presente Nino Fasullo, direttore della storica rivista palermitana che ha iniziato le sue pubblicazioni nel 1975.
Sono rari i casi di longevità delle riviste, di solito sagomate su contesti che costituiscono la zona di passaggio dalla cronaca alla storia. Le cronache e le storie sono plurime, come i loro tempi. E quelli delle riviste sono solitamente brevi come il contesto che riflettono e cercano di orientare.
“Devo sbrigarmi, faccio prima gli scritti e al rientro mi dedicherò alle materie orali; caspita! sono già le 15 e tra mezz’ora iniziano gli allenamenti.”
Già, succedeva così, tre volte alla settimana, quando cercavo di organizzarmi lo studio perché alle 15.30 iniziavano gli allenamenti di atletica leggera nella palestra del liceo classico di Agrigento o allo stadio di Villaseta.
E' stato presentato ad Agrigento nella sala chiaramontana del seminario l'ultimo numero della rivista 'Segno'. Sono intervenuti Giandomenico Vivacqua, Beniamino Biondi, Fausto D'Alessandro, Gaetano Gucciardo, Tano Siracusa, don Baldo Reina, il procuratore della repubblica di Agrigento Luigi Patronaggio e il direttore della rivista Nino Fasullo. Pubblichiamo il testo dell'intervento introduttivo di Giandomenico Vivacqua
Continua l’intervento di Medex ad Agrigento. Sabato sera il loro museo itinerante ha esposto le opere nella chiesa del Purgatorio con la collaborazione di numerosi studenti del liceo. E’ stato creato un percorso, delle forme di interazione con i visitatori.
Del gruppo iniziale di Medex sono rimasti Sara e Daniele, che spiega nel video l’impostazione di una serata molto legata al loro intervento con i liceali, sottolineando l’atteggiamento collaborativo della preside Sermenghi e di alcuni professori e quello infastidito di altri docenti.
Sabato sera al Funduk eravamo una trentina di persone. Fuori la pioggia scrosciava e dentro si raccoglievano storie raccontate ad un microfono, nascosti in una specie di cabina, si scrivevano testi con una vecchia macchina da scrivere, sull’inverosimile palcoscenico scavato nel tufo si recitavano poesie, in un angolo si dipingeva, si fotografava in un piccolo set, si mangiava e beveva, e si aspettavano gli altri che non sono venuti. Per la pioggia, certo. Ma non solo.
Nella speranza di poter vedere presto anche ad Agrigento Silence, il film di Martin Scorsese sulla durissima repressione subita dai missionari gesuiti in Giappone, tra la fine del XVI e il principio del XVII secolo – pellicola che già da alcune settimane è in sala in molte città italiane – ripenso al periodo in cui ho frequentato, da convittore, il collegio universitario ignaziano di Casa Professa, chiuso ormai da diversi anni, ufficialmente perché il comune di Palermo
Cosa succede se un manipolo di di trentenni creativi, bohèmiennes poliglotta del XXI sec., una ventina di operatori artistici che da anni intervengono a Bruxelles e in altre città con il loro "Medex - Musée éphémère de l’exil", scelgono come loro laboratorio Agrigento? Cercheremo di raccontarlo attraverso i video, dall’interno, rinunciando alle interviste, ad uno sforzo di sintesi e ad una frontalità che sembrano scoraggiati dalla loro stessa modalità di intervento.
Circola da tempo un aneddoto (un apologo?) che, se non è vero, potrebbe presto o tardi diventarlo: un turista giapponese, dopo una giornata in giro per calli e campielli, sul far del crepuscolo ferma un veneziano e gli chiede: “mi scusi, a che ora chiude Venezia?”
Vera o falsa che sia, la storiella del giapponese che scambia la città lagunare per un parco a tema che a una certa ora chiude i cancelli (il tema: Venezia) dovrebbe far riflettere sul pericolo che corrono le maggiori tra le nostre città storiche, a cominciare proprio dalla più imitata, dipinta, visitata e fotografata. Quale pericolo? Diventare appunto dei parchi tematici per turisti compulsivi e viaggiatori colti; per scolaresche chiassose e disciplinati pensionati che si godono il meritato riposo periodicamente visitando “la storia”.
La questione della salvaguardia dei centri storici è una questione cruciale, ma non può essere affrontata isolatamente, staccandola dalla più generale e vitale questione dello spazio urbano nella sua interezza. Così facendo si rischia di creare due micro mondi separati dal censo, due città che non comunicano: una turistica e pedonalizzata, abitata da benestanti che potranno sostenere gli alti affitti e i prezzi di vendita degli immobili; l’altra periferica e inquinata, destinazione obbligata di tutti quelli che non saranno più in grado di sostenere l’aumento dei costi degli alloggi.
I sociologi hanno dato un nome a questo esodo involontario dal centro alla periferia: “gentrification”, che in sostanza significa modificazione a scopi speculativi del carattere sociale dei quartieri antichi ma non solo.