LA SINISTRA? NON AL LOFT, MA NELLE CURIE E A CINEMA di Tano Siracusa
Submitted by redazione on Mon, 02/06/2008 - 10:12

Più familiare, e anche più recente nei riferimenti storici (Fellini, Petri, forse un certo Ferreri) quella di Sorrentino: una visionarietà barocca, da tragedia seicentesca, dove il potere si rappresenta nelle forme surreali e grottesche, notturne, dell’incubo, e dove le voci umane si ascoltano bisbigliate, fruscianti nei palazzi, nelle chiese, nei confessionali.
Abbacinante, iperrealista invece quella di Garrone, una visionarietà anfetaminica, che perviene spesso a torsioni espressionistiche con l’uso ravvicinato, lenticolare, della cinepresa, per un montaggio dal ritmo sincopato, non privo di ardite connessioni sintattiche e, soprattutto, con un uso assolutamente sconvolgente del sonoro.
Ed è quest’ultimo aspetto del film che merita qualche considerazione ulteriore.
Il sonoro di Gomorra non è solo quello musicale, pure apprezzabilissimo, ma è soprattutto quello del parlato.
Un parlato - molto spesso un ‘gridato’, ‘urlato’ - in una lingua del tutto incomprensibile sull’intero territorio nazionale. Al di fuori di Napoli, certo, ma non dovunque e per chiunque: un’amica, nata e vissuta sempre a Napoli, ex insegnante, mi diceva di non avere capito molte delle battute fra i due ragazzi che nel film ripetutamente sgarrano e che alla fine vengono ammazzati.
Un parlato ‘straniero’ dunque, che rende necessario nella versione italiana l’uso delle didascalie.
L’impatto del sonoro sul pubblico italiano è perciò straniante, spaesante, mentre il pubblico internazionale è condannato ad una fruizione del film inevitabilmente diminuita, amputata
dall’impossibilità di percepire proprio quello scarto linguistico che solo lo spettatore italiano può cogliere e in cui consiste l’aspetto non solo formale, ma anche conoscitivo più rilevante del film.
E’ solo al nostro spaesamento di spettatori italiani che Gomorra può porre domande paradossali e inevitabili: dove siamo, dunque, a Scampia? Scampia dov’è? Chi sono, che storia hanno, da dove vengono, che lingua parlano i protagonisti del film?
Qualcuno ha osservato che potremmo essere a Mosca, qualcuno ha pensato a Bagdad. Ed erano persone di Mosca e di Bagdad a sostenerlo.
Di sicuro ci troviamo in un ‘altrove’ tragicamente esotico rispetto agli scenari mediatici, pure tanto degradati o gioiosamente mimetici, attraverso cui la nazione si autorappresenta.
Nel film va in scena insomma una specie di enclave, una nicchia antropologica nel cuore del territorio nazionale, un popolo che obbedisce a codici culturali e linguistici radicalmente ‘altri’, che a noi appaiono orribili e incomprensibili.
E’ dunque nel sonoro - paradosso solo apparente - la radice ultima del carattere visionario del film di Garrone, è nell’uso inevitabile delle didascalie la forza della sua denuncia.
A più di trenta anni dalla morte di Pasolini e della sua accorata denuncia dell’omologazione anche linguistica degli italiani, uno straordinario effetto di distorsione visionaria e di ‘scoperta’, di spiazzamento conoscitivo, viene affidato ad un uso diretto, non ‘doppiato’ delle parole.
Si è ricordata la lezione neorealista a proposito di Gomorra, ed era quasi inevitabile. Qualcuno forse avrà pensato a ‘La Terra trema’ di Visconti.
E tuttavia non c’era visionarietà nei film di Rossellini e De Sica, e neppure nel Visconti che si ispirava a Verga. La dimensione dialettale appariva infatti connessa ad un tessuto nazionale che sembrava destinato ad assorbirne la differenza. E la differenza non appariva come ‘alterità’.
Il muro linguistico del film di Garrone ci costringe invece a prendere atto che la differenza si è incistata ed è diventata radicale alterità. Linguistica, etica, antropologica.
Gomorra oggi ci può sbattere in faccia, nelle orecchie, che ‘gli altri’ siamo noi, sono cittadini italiani: che vanno a votare, che non vengono dai Balcani o dall’Africa, che gestiscono ingenti capitali accumulati in modo delinquenziale e che se commettono un qualunque reato avranno pene inferiori a quelle che da oggi verranno inflitte a chiunque, da clandestino, dovesse commettere lo stesso, identico reato. Loro, quelli di Scampia, non sono infatti ‘clandestini’ per la legge italiana. E sembra assurdo. L’ovvio sembra assurdo.
E’ stata perciò davvero una curiosa coincidenza quella fra l’uscita del film e gli assalti ai campi Rom da parte della camorra. Una coincidenza che ha aggiunto spiazzamento a spiazzamento, domande a domande: chi fra il popolo Rom e il popolo della camorra è più ‘altro’?
Chi, fra un picciotto della camorra strafatto di cocaina e con la pistola in tasca e un mendicante Rom al semaforo, è il più pericoloso?
Sono domande che il film inevitabilmente sollecita, ed è il suo grande merito culturale e politico oggi, mentre la destra al governo legifera violando elementari diritti umani sull’altare della difesa della ‘sicurezza’ e per conto di una percezione mostruosamente alterata della realtà, e mentre l’opposizione più convinta nel paese sembra quella dei vescovi italiani.
E’ il merito della grande arte, del grande cinema, far vedere il non visto, far apparire l’assurdità dell’ovvio e la sconcertante ovvietà dell’assurdo, suscitando e legittimando domande altrimenti difficilmente ammissibili.
I film di Sorrentino e di Garrone stanno in questo solco, quello del grande cinema italiano, spesso visionario per la necessità di oltrepassare le false evidenze della famosa percezione diffusa, e che storicamente si è sempre collocato a sinistra.
Si può dire questo, si può ricordare oggi? Non è troppo politicamente scorretto?
Da Rossellini a Visconti ad Antonioni a Rosi, da Fellini a Petri a Maselli a Germi (si, anche lui, era socialista), da Pasolini a Scola, Ferreri, Bellocchio, ai fratelli Taviani e a Bertolucci, passando per Moretti e Salvatores fino ad arrivare a Ciprì e Marescu, a Crialese, Sorrentino e Garrone, e con l’unica eccezione del grandissimo Olmi, che non è certo un cattolico di destra: autori diversissimi fra loro, ma tutti schierati a sinistra, in quel campo della cultura italiana oggi sotto processo, da cui l’Italia politica e il senso comune delle maggioranze nazionali prendono le distanze, e che storicamente ha dato dignità e prestigio internazionali al nostro cinema.
Grande cinema e di sinistra, ieri come oggi. Si può dire?
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